21 gennaio 2013

Detention di Joseph Kahn (2011)


Torno a scrivere dopo un lungo, lunghissimo break in cui sono successe e stanno succedendo troppe cose che mi distraggono da questo blog. Bando alle chiacchiere. Il 2013 è iniziato con tre film che mi hanno particolarmente colpito, per un motivo o per l'altro: Cloud Atlas, Detention e Dredd. Cloud Atlas è ambizione e coraggio con un immortale intreccio fra tempo e amore. Dredd è azione robusta e dritta al sodo che cancella in un sol colpo i supereroi che spopolano ultimamente. Detention è qualcosa di diverso dietro un furore di banalità, e parlerò di questo non perché sia migliore in termini assoluti rispetto agli altri due, ma perché è quello che rischia meno visibilità in Italia, nonostante qualche blogger più sveglio di me ci sia già arrivato. Sì, mi piace pensare che le mie parole aiutino a convincere i distributori italiani. Sì, sono un inguaribile romantico.

Detention è il secondo lungometraggio di Joseph Kahn. Attivo da anni come regista di videoclip per nomi del rock e del pop contemporaneo, il signor Kahn si era già cimentato con il cinema nel 2004 con l'orribile ed involontariamente ridicolo Torque. Come sia arrivato ad un salto di qualità così grande rimane un mistero, ma sta di fatto che con Detention Joseph Kahn tira fuori finalmente i denti. Lo dirige, lo scrive e lo finanzia di tasca propria, come a dire che Detention è un progetto in cui crede fin dall'inizio in barba al fiasco precedente.

Come spesso accade, il trailer è a dir poco fuorviante, lasciando intendere una commedia horror per teenager degli anni 2000 con gli ormoni fuori controllo. Detention è tanto complesso quanto banale appare quel trailer. La commedia horror è presente e visibilissima, ma dietro alla facciata c'è un fluido sistema di scrittura e montaggio che trabocca di furore pop da ogni inquadratura. Kahn prende tutti gli stereotipi del genere, omaggia e sbeffeggia i riferimenti ovvi che vengono in mente (Scream, Scary Movie) con un piglio ironico e autoironico intelligentissimo. Soprattutto, si lancia a rotta di collo in un tira e molla di frecciate sarcastiche alla cultura giovane degli anni '90, e in particolare alla nostalgia per quella cultura che sta per arrivare ora che gli anni '80 sono stati svuotati di ogni contenuto e valore. E così grunge, britpop, Hanson e Backstreet Boys, Matrix e Wes Craven affollano il mondo in cui spadroneggiano hipster e twitter, incastrandosi con divertenti stonature. Kahn riprende la formula del migliore Kevin Smith e la aggiorna sparandola a tutto volume, tra dialoghi velocissimi e fitti di citazioni e strizzate d'occhio. Al tempo stesso, non si adagia su questo meccanismo rodato che ormai si è visto in tutte le salse, ma riflette sul suo utilizzo, di nuovo, con ironia. Quando i personaggi diventano saccenti la regia smonta tutto con sovraimpressioni e sferzate improvvise che distruggono completamente i toni snob che ormai sono routine tra il pubblico di festival e i critici sparsi sul web. Esagerando in tutti i sensi, Kahn vomita - letteralmente - tutta la cultura popolare masticata e rimasticata addosso ad anni di cinema autoreferenziale. Irritando, spiazzando, perdendosi sapientemente per strada, Kahn se ne infischia di coerenza e lavora sui registri stilistici cambiando continuamente le carte in tavola fino ad arrivare a viaggi nel tempo ed alieni incastrati a forza nell'insieme.

Come fa a reggersi in piede una struttura di elementi così precari? Kahn se ne infischia. Se ne infischia di chi guarda, se ne infischia delle reazioni ed avanza costruendo, apparentemente a caso, un film che gira e gira sui suoi protagonisti e le loro storie. Detention aggiunge continuamente nuovi, possibili input. A volte li segue e ci porta dove vogliamo. Altre semplicemente li abbandona a se stessi, li lascia cadere. Come fosse del tutto normale metterli da parte per concentrarsi su altro senza curarsi di spiegare perché erano stati tirati in ballo. Ed è per questo che Detention si distingue. Perché è consapevole di spaccare certi schemi e perché lo fa senza chiedere né il permesso né scusa. Invece di servirsi su un piatto d'argento per i trend correnti, li sfotte. Invece di cercare il consenso del pubblico più smaliziato, lo attacca. Esemplare la scena dello streaming del film piratato sul cellulare di uno dei protagonisti. Nel film che stanno guardando, i personaggi fanno la stessa cosa: scaricano un film e lo guardano in streaming sul telefonino. Si crea un cortocircuito di citazioni nelle citazioni, un gatto che si morde la coda. Una delle critiche più acute ed allo stesso tempo spassose mai fatte a certo cinema che vive solo per strizzare l'occhio ai suoi cultori. Il bello è che Kahn sembra essersi divertito più di tutti, preso come è dalla voglia sfrenata di accumulare elementi su elementi. Kahn sa perfettamente che i teenager non parlano e non possono parlare in questo modo. I teenager di Wes Craven, quelli delle serie tv americane per ragazzi, esistono solo nelle mente un tantino bacata degli sceneggiatori che perdono di vista la realtà e si immaginano come i giovani che vorrebbero essere. Detention approfitta di questa incongruenza e fa in modo che ci sia sempre qualcuno con la battuta pronta, sempre qualcuno pronto a snocciolare frasi fatte su qualsiasi argomento, sempre qualcuno che recita un discorso preparato a tavolino cercando di farlo sembrare spontaneo. Si creano così ragazzi tanto insopportabili quanto inverosimili, lontani dalla realtà almeno quanto lo sono dalla cultura che rincorrono.

I protagonisti di Detention
La palla torna a Joseph Kahn, adesso. Si è reinventato e rilanciato in maniera incredibile, cancellando lo sgorbio con cui aveva debuttato al cinema e facendo rivalutare completamente la sua posizione. Detention è la parola definitiva sulla demistificazione della cultura pop e della nostalgia per quello che la cultura pop stessa è stata in anni cui tutti attingono quando finiscono le idee.

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