05 gennaio 2014

Azione: Scott Adkins e Kevin Costner


Il nuovo anno è iniziato con l'ultima collaborazione fra Isaac Florentine e Scott Adkins, Ninja: Shadow of a Tear. Florentine è uno di quei registi che rientra a pieno diritto nella nuova ondata action made in USA che in sordina sta muovendo qualcosa nel sottobosco dei direct-to-video. Non ha la stoffa di un Pete Travis o un John Hyams quando si tratta di sceneggiatura e caratterizzazione dei personaggi, ma con il background di arti marziali che si ritrova riesce a tirar fuori dei combattimenti corpo a corpo memorabili. Sussulti che solo i tempi d'oro di Hong Kong riescono ancora darmi. 

Ho terminato prima del 2014 la mia maratona su James Bond, trovando in Dalton e Craig gli unici 007 che potrei riguardare con piacere. Non mi vergogno a bocciare Connery e Moore. Troppo distanti dal mio sentire, troppo legati a qualcosa che non mi appartiene. 

Ma torniamo a Ninja: Shadow of a Tear. Saltando da un'azione all'altra, non potevo che trovarmi faccia a faccia con Scott Adkins. Sono passato anche per l'ottimo Wake of Death, ma l'invecchiato Van Damme merita un discorso a parte. Tutto è cominciato con lo splendido Universal Soldier: Day of Reckoning, in cui però non era il pur bravo Adkins a brillare sopra gli altri. Leggo un po' in rete e scopro che Adkins è il nuovo action hero per chi ama il genere. E allora, come mio solito, mi avventuro nel recupero di diversi suoi film. 

Ninja e Ninja: Shadow of a Tear non sono memorabili, ma si difendono in qualche modo. Il secondo è meno cheesy, spinge di più sull'azione ma non tralascia un abbozzo di melodramma per giustificare i pugni e i calci che volano. Adkins c'è, ma i film non brillano per invenzioni e originalità. La sua piccola particina in The Tournament non salva uno sgorbio senza mordente ed è meglio stendere un velo pietoso su Legendary: Tomb of the Dragon

L'Adkins che piace a me è tutto nel personaggio di Yuri Boyka. Undisputed 2 e, soprattutto, Undisputed 3 si piazzano accanto ai miei amati Fireball e Dredd. Adrenalici, tesi e duri, con quella voglia di rinunciare al compromesso per lasciare all'istinto la parte del leone. L'azione USA contemporanea deve imparare a memoria questi due film. 

Un'altra grande e piacevolissima riscoperta a cavallo fra 2013 e 2014 è Kevin Costner. Grazie al solito Action! di Giona Nazzaro ho ripreso diversa carriera di Costner. Su Waterworld e The Postman non posso che trovarmi d'accordo con le conclusioni di Nazzaro: due ottimi film, in particolare The Postman. Assolutamente da riscoprire.

19 novembre 2013

Cosa resta di 007?


Dopo essermi goduto alla grande i recenti Casino Royale e Skyfall, ho intrapreso una missione: una maratona di tutti i film dedicati a James Bond dal primissimo Dr. No del 1962 fino ad oggi. Così, per capire l'evoluzione del personaggio, verificare cosa ha comportato il cambio di attori, e provare una mia piccola teoria.

Teoria che, dopo i primi cinque film di Bond, pare confermata. Al momento, quello che su Twitter sto chiamando Mara-Bond, sta rivelando un distacco tra me e quel cinema non indifferente. Ovunque leggo che i James Bond con Sean Connery sono i migliori, gli inimitabili, quelli che contano. Io, da Dr. No fino a You Only Live Twice non posso dire di condividere questa diffusa opinione comune.

Poco senso del pericolo e alcuni buchi nella sceneggiatura (in particolare in You Only Live Twice), si uniscono a regie altalenanti (le sequenze subacquee di Thunderball?) e ad un Connery piuttosto impacciato nelle scene d'azione. Il glamour e l'exotica di questi primi titoli sembrano fare il possibile per ricordarci che James Bond non è esattamente una spia. È più che altro uno scapolo che mette davanti alla missione il suo interesse per la bella fanciulla di turno. Falcia i nemici e salva il mondo, ovviamente, ma sono il suo charme e le donne che conquista ad avere più importanza quando scorrono i titoli di coda. Di questi film aveva capito tutto Francesco Adinolfi, e vi rimando al suo fondamentale Mondo Exotica per una inquadratura acuta della figura di James Bond al cinema e nella cultura popolare.

A me, sinceramente, poco importa del fascino che 007 esercita sulle donne. Belle, anche bellissime, ma Bond non è solo quello. Sean Connery solo questo mi sta lasciando, al momento, più qualche battuta arguta. Vediamo andando avanti con la maratona come cambierà il mio giudizio.


25 ottobre 2013

Barbarella, psychedella


Lunga pausa, me ne rendo conto.
Impegni che non hanno nulla a che fare col cinema mi hanno completamente assorbito in questi ultimi mesi. Tante soddisfazioni, ma poco cinema. Soprattutto, poco cinema veramente valido su cui riflettere qui.

Wrong di Dupieux, lo stesso del glorioso Rubber di cui parlai qualche tempo fa, è un buona prova ma non ha avuto su di me la stessa forza esplosiva del suo debutto. 
Una piacevolissima sorpresa è stato il recupero di Barbarella di Roger Vadim. La sensuale Jane Fonda veste i panni dell'eroina dell'omonimo fumetto in una sorta di fiaba a metà fra l'erotismo e l'ironia. A lato, la strepitosa colonna sonora che calca la mano sull'aspetto più psichedelico delle immagini.

Vengo continuamente invitato a guardare serie TV americane e inglesi. Sarà che per natura vado sempre in senso contrario, sarà che quel poco visto non mi ha entusiasmato, sarà che se devo dedicare del tempo alle immagini preferisco dedicarlo al cinema. Sarà che il cuore batte ancora per Fox Mulder e Dana Scully. Un giorno, forse, quando il trend e le chiacchiere saranno passate, recupererò qualcosa e giudicherò con un altro occhio.

Questo mio andare testardamente controcorrente mi sta allontanando dalla critica cinematografica. In particolare, quella di canali come MUBI, quella che mi spunta su Twitter. Ormai fatico ad arrivare alla fine di un saggio sulla costruzione dell'immagine nei film di Buster Keaton, per dirne uno. Non condanno questa forma di critica, perché spunti di approfondimento escono anche da quelle righe contorte e spesso autocompiaciute. Lo dimostra il mio apprezzamento, in seguito alle mie riflessioni sull'azione nel cinema, per Action! Forme di un transgenere cinematografico di Giona Nazzaro nonostante la scrittura non certo scorrevole. Ho già espresso più volte la mia opinione su altri canali: non si legge mai abbastanza Italo Calvino di questi tempi.

Roosevelt ha espresso meglio di me quello che intendo:

It is not the critic who counts; not the man who points out how the strong man stumbles, or where the doer of deeds could have done them better. The credit belongs to the man who is actually in the arena, whose face is marred by dust and sweat and blood; who strives valiantly; who errs, who comes short again and again, because there is no effort without error and shortcoming; but who does actually strive to do the deeds; who knows great enthusiasms, the great devotions; who spends himself in a worthy cause; who at the best knows in the end the triumph of high achievement, and who at the worst, if he fails, at least fails while daring greatly, so that his place shall never be with those cold and timid souls who neither know victory nor defeat.

Mi allontano dalla critica, ma non mi allontano dal cinema. Ora che gli impegni si stanno ammorbidendo troverà spazio un recupero di alcune cose in sospeso: The World's End, Rush, Leviathan e altri titoli che ho lasciato per strada presto andranno incontro al mio impietoso commento. Prometto che non supererà i 140 caratteri.

24 giugno 2013

VII Festival Alto Vicentino


L'ingresso del parco della Villa Rossi

Si è conclusa ieri la settima edizione del Festival Alto Vicentino. Quest'anno ho preso parte attivamente alla manifestazione, dando una mano ai ragazzi che si sono sobbarcati l'impegno di mostrare al numerosissimo pubblico il meglio fra i cortometraggi iscritti.

La cornice di Villa Rossi che ospita il Festival da sette anni va vissuta per essere apprezzata in tutto il suo splendore. Per questa edizione la manifestazione si è estesa fino ad occupare il parco che precede la villa, con punti di proiezione ad hoc sparsi nel verde. L'unione fra la magia della natura e la magia del cinema ha funzionato alla grande. Un percorso illuminato guidava fra le varie proiezioni fino al punto principale, ma era una soddisfazione vagare liberamente per il parco lasciandosi coccolare dalle immagini e dai suoni che arrivavano da ogni dove.

Tantissimi i corti che sono girati in questi quattro intensi giorni di Festival. Nel cuore mi rimangono Voice Over e l'enorme Luminaris di Juan Pablo Zaramella, che ho avuto il piacere di intervistare. Entrambi i corti dimostrano un talento eccezionale nello sfruttare i pochi minuti a disposizione per costruire qualcosa di memorabile.

Luminaris
Fra le pagine del catalogo che era in vendita durante i quattro giorni del Festival si trova anche la mia intervista a Tal Haring, che è venuto da Israele per presentare Water. Un piacere chiacchierare con lui sulle situazione dell'industria cinematografica in Israele e Palestina.

Il successo di una manifestazione come il Festival Alto Vicentino spinge solo a continuare in questa direzione: offrire alla gente il piacere del cinema. Costruire un evento del genere in un posto suggestivo non fa che ingigantire l'esperienza.