01 luglio 2014

Albert Ayler, Malcolm X e Huey P. Newton: cuori di tenebra


My Name Is Albert Ayler, immagine presa da qui

Complice una serie di coincidenze strettamente legate al jazz nella sua accezione più spirituale, di recente ho avuto modo di vedere e rivedere alcuni film che hanno per protagonisti personaggi storici di decisiva importanza: Malcolm X, Huey P. Newton e Albert Ayler. Se il Malcolm X di Spike Lee e il Panther di Mario Van Peebles in qualche modo hanno tratti in comune, My Name Is Albert Ayler di Kaspar Collin è un documentario che ha poco a che vedere con le storie raccontate da Lee e Van Peebles. 

O così sembra. Un filo che lega questi tre film, e di riflesso i vari Warming By The Devil's Fire, Round Midnight, Bird, ecc. è la voglia di ritornare a discutere di figure che troppo spesso e ingiustamente vengono dimenticate. Ogni regista lo fa a modo suo: Spike Lee gridando rabbiosamente, Mario Van Peebles stringendo i denti, Kaspar Collin e Bertrand Tavernier asciugandosi le lacrime, Charles Burnett sistemando la memoria, Eastwood corteggiando l'aneddotica. Tutti hanno qualcosa in comune: l'intenzione più o meno manifesta di riportare gli occhi degli spettatori su un pezzo di storia che facilmente non viene raccontato. 

È interessante notare l'approccio che usano i vari registi per ovviare a questo problema. Spike Lee non esita, rifugge l'agiografia e presenta un Malcolm X in tutte le sue peculiarità. La sua vita e l'evoluzione del suo pensiero passano per la telecamera di Lee, che più volte si guarda letteralmente intorno, come a voler ricordare che la storia non è del solo Malcolm X. Van Peebles va dritto alla formazione del Black Panther Party For Self-Defense, guardando più al contrasto fra autorità bianca e spirito nero di rivolta. Di fatto sta lanciando uno sguardo ad una direzione avanzata e poi ripensata da Malcolm X, lasciando che di Huey P. Newton, Bobby Seale e tutti gli altri resti un ricordo sbiadito. Entrambi i film partono da eventi concreti, li reimmaginano e cercano di darne conto. Eastwood fa lo stesso nel suo Bird

Malcolm X, immagine presa da qui

Kaspar Collin ricostruisce la vita di Albert Ayler tramite contatti con familiari e amici, ai quali aggiunge rari spezzoni audio e video. È la forma di tanti documentari simili a My Name Is Albert Ayler, in fondo. Mi vengono in mente Charles Mingus: Triumph of the Underdog di Don McGlynn e Thelonious Monk: Straight, No Chaser di Charlotte Zwerin, ad esempio. Collin cerca di catturare la spiritualità ossessiva che muoveva Albert Ayler. Ci riesce alternando la voce di Ayler alla sua musica esplosiva, saltando dal dolore del padre all'estasi del batterista Sunny Murray. 

Ho già spiegato come Charles Burnett e Todd Haynes abbiano trovato un modo ancora più personale per raccontare, rispettivamente, la storia di un genere musicale e quella di un musicista. Il ragionamento si può estendere anche a Spike Lee, Mario Van Peebles e Kaspar Collin. Con Lee e Van Peebles la forza politica di Malcolm X e Huey P. Newton viene restituita con un piglio deciso. Magari la mano di Lee e le capacità di Denzel Washington impressionano di più, ma non per questo Panther si indebolisce. Lee abbraccia tutto il popolo nero che faceva riferimento a Malcolm X, tenendo conto di eventi della vita privata di X che potevano passare in secondo piano. È solo così che si può almeno provare a conoscere meglio questa figura storica. Van Peebles, con la nascita e la morte del Black Panther Party For Self-Defense, cattura bene le debolezze di un movimento nato con intenzioni tutt'altro che deprecabili. Lo giudica e prova ad attribuire le colpe, allo stesso modo in cui Lee non si trattiene da giudicare Malcolm X.

Panther, immagine presa da qui

A Collin va riconosciuto il merito di aver trovato un modo delicato e mai irrispettoso per cercare di capire una delle figure più controverse del jazz. A lui non interessa dare un giudizio, se non quello strettamente legato all'arte di Albert Ayler. La sua ricostruzione è breve, legata strettamente alle parole di chi circondava Albert Ayler e al timbro indimenticabile del suo sassofono. È del tutto assente in My Name Is Albert Ayler un po' di quella retorica che si lasciano scappare Spike Lee e Mario Van Peebles. Precisa scelta di Collin o effetto collaterale dello strumento documentario?

La mia ricerca su modi di raccontare la Storia nel cinema continua. La versatilità con cui il cinema ritrae personaggi, eventi ed epoche è sempre più affascinante. Vediamo se trovo altri approcci.

23 giugno 2014

VIII Festival Alto Vicentino: bilancio



È terminato ieri l'VIII Festival Alto Vicentino. Tante le emozioni, le sfide superate e i traguardi raggiunti. Mi rendo conto solo oggi, riguardando le foto pubblicate sulla pagina Facebook del Festival, della portata enorme di questa edizione.

È aumentato esponenzialmente l'interesse da parte del pubblico, che in termini numerici ha superato di gran lunga le presenze della scorsa edizione. È aumentato l'interesse da parte delle produzioni cinematografiche, con oltre 1500 cortometraggi provenienti da tutto il mondo. Fiore all'occhiello della manifestazione, come sempre, la cornice di Villa Rossi che con il suo prezioso parco arricchisce l'evento rendendolo unico e speciale. 

È nel parco che la mostra artistica Extrart ha saputo rendere le passeggiate al calar del sole ancora più suggestive. Tutto nel pieno rispetto della natura, tutto con un occhio di riguardo per il verde e l'acqua che accompagnano lo spettatore dall'ingresso fino al punto principale delle proiezioni.

Ospiti italiani (Michele Senesi, Bumba Atomika) e internazionali (Mark Gill e Baldwin Li, The Voorman Problem) hanno aperto e coronato questa ottava edizione con interviste, workshop e tantissima disponibilità a confrontarsi e divertirsi con il pubblico. Un passo importante per un festival nato in sordina e capace di trovare ogni anno nuove strade per dimostrare che impegno e volontà di crescere non sono ancora esauriti.

Da parte mia, è stato un onore partecipare all'organizzazione e alla riuscita del festival. Il sorriso e le risate del pubblico, l'entusiasmo dei volontari e di tutto lo staff che con me ha curato la rassegna mi spingono senz'altro a credere che tanto ancora può essere fatto e che stiamo andando nella giusta direzione.

Avanti così, allora.

12 giugno 2014

Programma VIII Festival Alto Vicentino




Poster e programma per l'imminente VIII Festival Alto Vicentino. Vista la mia attiva partecipazione nell'organizzazione, nella selezione del materiale, nella stesura di articoli e interviste, è doveroso mettervi all'erta.

Festival Alto Vicentino

Dal 19 al 22 giugno presso Villa Rossi – Santorso (VI)

– INGRESSO LIBERO –

GIOVEDI’ 19 giugno:
ore 20:00 Apertura parco Storico e Villa Rossi
ore 21:00 Inizio serata con presentazione del film Bumba Atomika con la presenza del regista Michele Senesi

VENERDI’ 20 giugno:
ore 20:00 Apertura parco Storico e Villa Rossi con musica di Salvinorin
ore 21:15 Inizio proiezioni dei cortometraggi selezionati nei 5 punti di proiezione allestiti presso Villa Rossi e nel Parco del laghetto.
ore 01:00 Termine proiezioni

SABATO 21 giugno:
ore 16:30 Workshop “Sopravvivenza in un set indipendente” tenuto dal regista Michele Senesi
ore 18:30 Inaugurazione esposizione d’arte EXTRART con la presenza degli artisi e aperitivo musicale con DryWet
ore 21:15 Premiazioni e proiezione dei cortometraggi vincitori della VIII edizione del Festival Alto Vicentino, presso il cortile di Villa Rossi. Le proiezioni nei 5 punti di visione proseguiranno per tutta la serata. Al termine delle premiazioni verrà proiettato il documentario “La montagna infranta” di Mirco Melanco realizzato per il 50° Anniversario del disastro del Vajont.
ore 01:00 “Notte bianca del cinema” con proiezioni fino a notte fonda

DOMENICA 22 giugno:
ore 15:00 Proiezione dei cortometraggi vincitori e di una selezione delle opere in concorso all’edizione 2014
ore 19:00 Termine proiezioni

Durante tutta la durata del Festival, all’interno del Parco di Villa Rossi, sarà allestita l’esposizione d’arte EXTRART con opere ed allestimenti di numerosi artisti.

02 giugno 2014

Charles Burnett e Todd Haynes: un parallelismo


Charles Burnett (immagine presa da qui)Todd Haynes (immagine presa da qui)

Ci sono vari modi per raccontare un'epoca, una figura storica, un determinato evento passato o attuale. Documentari, biopic e ricostruzioni storiche sono i primi che vengono in mente: dal JFK di Oliver Stone al Control di Anton Corbijn, da Let's Get Lost di Bruce Weber a Earthlings di Shaun Monson. La lista è lunghissima.

Da queste parti ho già scritto di Round Midnight di Bertrand Tavernier, uno splendido omaggio ad alcune delle più grandi figure del jazz e di riflesso al jazz tutto. Già in Tavernier si possono ritrovare i tratti stilistici di cui intendo parlare oggi. Il filtro personale attraverso la ricostruzione per fatti mescolati a finzione caratterizzano, infatti, sia Warming By The Devil's Fire di Charles Burnett che I'm Not There di Todd Haynes.

Ad una prima analisi, i due film sembrano avere pochissimo in comune. Burnett usa la sua storia privata per raccontare il blues cercando di restituire attraverso le immagini non solo il contenuto ma anche la forma di questo genere musicale. È così che il Burnett bambino viene a conoscenza del blues, in una mescolanza di fatti re-immaginati e re-interpretati e video storici. La sua formazione e la sua educazione crescono e cambiano a contatto con i vari artisti blues che vengono osservati. Tutto senza stacchi netti, in una sorta di flusso di coscienza che traduce benissimo l'accavallarsi di fatti nella nostra mente quando rievochiamo un particolare periodo del passato.

Haynes, invece, lavora sulle mille contraddizioni che ruotano attorno ad un personaggio seminale come Bob Dylan. Manipola Dylan attraverso le sfumature del suo carattere, re-immaginandolo e re-interpretandolo (proprio come Burnett fa con il suo coming of age) usando diverse caricature. In questo modo, il ritratto di Dylan non è mai completo, non è mai perfetto. Non ha nessuna intenzione di esserlo: dubbio palesemente cancellato nel momento in cui vediamo un Dylan nero e un Dylan donna. Questo è il ritratto di Dylan che ne fa Haynes, ed è solo questo che le telecamere mostrano.

Warming By The Devil's Fire (immagine presa da qui)

Entrambi i cineasti, però, raggiungono un obiettivo che li avvicina: restituire l'argomento prescelto attraverso la propria visione e la propria esperienza. Burnett sceglie un metodo piuttosto diverso dal resto dei film che accompagnano Warming By The Devil's Fire nel bel cofanetto Martin Scorsese Presents The Blues. Eastwood opta per il documentario, Wenders spazia fra documentario e reinvenzione. Né loro né tutti gli altri registi coinvolti nel progetto di Scorsese riescono a far sentire vive, in ogni inquadratura, le loro sensazioni e le loro percezioni degli eventi. Né danno un'immagine statica, convincente e reale ma incapace di cogliere il feeling, aspetto chiave della musica blues. Burnett, invece, lo coglie in pieno. Negli sguardi e nelle azioni dei suoi protagonisti riversa le parole del blues; nel quadro e negli spostamenti di macchina ne riflette la forma. La scena del giovane Burnett nella chiesa è esemplare.

Lo stesso vale per il lavoro di Haynes se paragonato ad altri biopic a lui contemporanei come il già menzionato Control. La distanza oggettiva che separa l'autore dal contenuto è scavalcata. L'autenticità non viene meno, semplicemente viene elaborata in modo che non ne resti solo una fredda panoramica critica o un mero resoconto biografico che esalta certi aspetti piuttosto di altri. Se in Control o in Bird il perno sono rispettivamente Ian Curtis e Charlie Parker, in Haynes il perno è la personalità sfaccettata di Dylan. C'è il Dylan musicista, il Dylan ribelle, il Dylan colto, il Dylan consapevole, il Dylan invecchiato. Haynes abbandona il rigore cronologico e filologico, intersecando spazi e tempi a piacere. Come nel flusso di coscienza di Burnett, I'm Not There sviluppa una sintesi di Dylan più simile a ricordi di cui si cerca di tenere le fila.

Ci sono altri aspetti in questi due film che permettono di tracciare similitudini fra i due registi. Per esempio, i passaggi senza soluzioni di continuità tra bianco e nero e colori. Il significato di queste alternanze nella fotografia è strettamente legato alle intenzioni di Burnett e di Haynes. In Burnett scandisce la distanza temporale degli aneddoti di Uncle Buddy: nel momento in cui si racconta dei canti degli schiavi il bianco e nero è dominante, salvo sfumare nel colore quando si ritorna al presente di Jr. (il piccolo Burnett). In Haynes, invece, circoscrive specificatamente una delle facce di Bob Dylan, fermandola nel tempo e risaltando la sua posizione fondamentale nella vita e nella carriera del cantautore americano. In entrambi i casi, la fotografia è di nuovo elemento del tutto personale per comunicare la precisa volontà del regista e come lui vede la storia che mette in scena.

I'm Not There (immagine presa da qui)

Il fascino di Warming By The Devil's Fire e I'm Not There sta in questa capacità di coniugare due sensibilità diverse, vale a dire quella degli autori e quella dell'argomento trattato, senza che una prevarichi sull'altra. Burnett e Haynes sono riusciti a veicolare l'interesse per il blues e Bob Dylan all'interno di opere che risultano fra le più personali delle loro filmografie.

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Ultime cose lette

* The Alien Father is H.R. Giger su The Letters Of Note
* Recensione di Godzilla di Gareth Edwards ad opera di TarsTarkas.NET
* Intervista a Charles Burnett su Bright Lights Film Journal
* La commedia borghese della rivoluzione sessuale, scritto da Alberto Pezzotta per Cinergie
* Recensione di The Immigrant di James Gray, di Ignatiy Vishnevetsky per AV Club